LA FASCIA DEGLI ORTI

di Marino Mambelli

L’ultima testimonianza dell’antica “Fascia degli orti”. Scorcio fotografico da via Curte. Archivio Forlipedia.

La fascia degli orti era un fronte circolare di grande bellezza, risultato dell’allontanamento della cinta muraria della città nel periodo rinascimentale. Oggi quell’affascinate zona verde che circondava l’abitato è quasi completamente scomparsa. Le ultime preziose testimonianze si possono trovare nel quartiere Schiavonia San Biagio, e i forlivesi, quelli più attenti, sono in continua apprensione per un loro possibile azzeramento a favore della “modernità”. Dell’incuria. Del disinteresse. Della superficialità.

Gli orti di via Curte ripresi in un momento difficile. Foto G. Zelli, 2022.

Il consistente spostamento dell’antica linea difensiva diede origine ad un’area agricola cittadina che rimase pressoché invariata per secoli. Con quella straordinaria operazione urbanistica ante litteram la città inglobò aree coltivabili, boschi, campi, canali. Insomma, Forlì si arricchì di una vera ambientazione bucolica difesa da fossati e bastioni. E tale rimase fino al Novecento quando le mura furono demolite e, poco alla volta, il verde dovette cedere aree e poesia all’asfalto, ai mattoni e al cemento.

La toponomastica. Una serie di antichi fitotoponimi arricchiscono la storia di quell’area circolare. Alcuni individuano ancora oggi zone urbane come Cotogneto o Campostrino, altri invece sono scomparsi come Campo d’Arca o fondo Lugareto (Lugaretum). Quest’ultimo, ad esempio, ricorda un luogo ricco di alberi. Da lucus, bosco, ci parla di una ricca boscaglia che non raggiungeva però lo stato di selva inospitale. Oggi la localizziamo tra viale Vittorio Veneto e via Felice Orsini dove sorgono la scuola Maroncelli, il parcheggio e il supermercato. Quell’area era ancora fuori dalle antiche mura quando, nel 1160, il vescovo Alessandro la donò a Gervasio, abate di San Mercuriale, assieme ad altri appezzamenti. Su quell’area, nel 1245, fu edificato un convento di suore. Con l’avanzamento delle mura rinascimentali quel convento fu inglobato nella città assieme alle aree alberate circostanti,

L’uomo e il tempo, dicevamo, si sono portati via tutte le aree coltivate della fascia degli orti. L’Ospedale Morgagni, oggi campus universitario, fu realizzato nel 1910 su un’area urbana rimasta verde per secoli. La fabbrica Becchi, che costruiva stufe a cassettoni, fu innalzata a ridosso della barriera Cotogni coprendo fino a 18mila metri quadrati di terreno libero all’interno delle mura. Oggi quel sito industriale comprenderebbe all’incirca l’area tra il corso Della Repubblica e le vie Oberdan e Nazario Sauro con i palazzi della galleria Vittoria e il giardino Annalena Tonelli. Per comprendere ancor meglio l’ampiezza di quella fascia basta ricordare che la Fondazione Garzanti, progettata da Giò Ponti e inaugurata nel 1957 a metà di corso Della Repubblica, fu costruita su una porzione del cosiddetto orto Masini.

La fascia deli orti, all’interno delle mura, circonda la città di Forlì. Mappa ottocentesca. Particolare. Raccolta privata.

Anche dalla parte opposta della città l’anello verde è stato fagocitato da opere pubbliche e private. Innanzitutto viale Italia che attraversò gli orti di Santa Chiara. Molto più recenti sono, il mercato ortofrutticolo all’ingrosso, in angolo tra le vie Vittorio Veneto e viale Italia e, proprio su viale Italia, la scuola Dante Alighieri. E poi molti gli edifici privati, ma anche l’immobile Acer di via Del Portonaccio e la più antica ex Filanda Majani in angolo con via Orto del Fuoco. Con l’Orto del Fuoco siamo arrivati proprio nei luoghi dove sopravvivono gli ultimi fazzoletti del circuito verde.

Giuliano Missirini, intellettuale di razza, il fronte degli orti lo conosceva bene. Nel 1971, sulle pagine della prima edizione della “Guida Raccontata di Forlì”, lo descrive così: […] una superba fascia verde che doveva separare per secoli la città dalle mura […] intercalata appena da abitazioni modeste […] Case senza pretese estetiche, senza avanzi. Lo scempio che si è fatto in pochi anni di tutta quella zona verde durata intatta per oltre un millennio non sarebbe credibile se la toponomastica non fosse lì a testimoniare come il Fronte degli Orti avesse elevato al silenzio una struggente sublimazione. I toponimi di cui parla sono relativamente recenti. Sono: via Orto del Fuoco, via Orto Schiavonia, entrambe ancora esistenti ma anche via Orto Balzani e via Orto della Grata, oggi non più presenti. Missirini abitava al numero 40 di via Curte, nel cuore degli orti. Nella parte più popolare.

“Confraternita eretta nella Cattedrale di Forlì ad onore della B.V. del Fuoco principale Protettrice di detta città e diocesi” Pergamena ottocentesca di iscrizione alla confraternita. Particolare. Raccolta privata.

Il fascino che emanavano gli orti non significava sempre benessere. Quelle aree seminate erano infatti per la maggior parte di proprietà di enti religiosi o di nobili. E i contadini, che abitavano le misere case adiacenti, le coltivavano per i padroni. Facciamo solo due esempi. Da un registro “Mastro” della fine dell’Ottocento apprendiamo che oltre 6 ettari dell’orto denominato di Santa Chiara era di proprietà del marchese Lorenzo Reggiani Romagnoli. Tale area gli era stata assegnata, assieme a molte altre, nella divisione del patrimonio con i fratelli, i marchesi Prospero e Lodovico. Per Lorenzo Reggiani Romagnoli era coltivata da un certo Domenico Garavini.
Il toponimo Orto del Fuoco indica invece una probabile proprietà della confraternita della Madonna del Fuoco o della stessa cattedrale di Forlì dove veniva custodita l’immagine miracolosa.

E’ interessante scoprire cosa produceva, oltre agli ortaggi, l’enorme orto di Lorenzo Reggiani Romagnoli. Tra i prodotti che davano ricavo troviamo una grande quantità di erbaggi e fasci di spini (600 nel 1896). Utili anche sul bestiame e sul latte. Mentre tra le spese individuiamo le tasse prediali, la sistemazione delle stalle, il vimini per legare le fascine, concime, dazio, paglia per lettiera, canne per la siepe…

Le case degli ortolani erano molto povere. Un documento della Commissione Sanitaria Comunale del 1885 indica ad esempio le abitazioni di via Curte come al limite della staticità tanto da prevederne la demolizione. Fortunatamente l’operazione avvenne solo in minima parte e le piccole costruzioni, oggi ristrutturate, portano un’importante testimonianza.

E a proposito di testimonianza. Le ultime aree verdi superstiti della fascia degli orti sono, lo abbiamo capito, una testimonianza ineguagliabile e imprescindibile della storia della città di Forlì. Una presenza alla quale va dedicata una cura e un’attenzione ben superiore al semplice divieto di edificazione già previsto dal Piano regolatore. Un amore e una sensibilità che dia modo di mantenere e far rivivere il fascino di quell’anomala area di campagna incastonata all’interno del centro storico. Serve, a nostro parere, un vincolo restrittivo di destinazione. Molto restrittivo. Un intervento pubblico e una progettazione intelligente potrebbero garantire a quel gioiello verde un futuro magico di orti e passeggiate. Non semplicemente orti per anziani (comunque importanti socialmente ed ecologicamente), ma orti per l’animo, per la mente, per il piacere della vista. Per la cultura. Affinché la superba fascia verde tanto amata e rimpianta da Giuliano Missini possa, per quel poco rimasto, essere mostrata dal vero anche ai nostri nipoti. Grazie ad un impegno vero si può.

Bibliografia:
Un ringraziamento al personale della Biblioteca Aurelio Saffi di Forlì.
Buona parte della ricerca è stata effettuata su documenti originali.
Gianluca Brusi. Serallium Colunbe. Edit Sapim, Forlì, 2000.
Giuliano Missirini. Guida raccontata di Forlì. Libreria I. Cappelli. Forlì. 1971.
Marino Mambelli. 900 forlivese, anzi italiano. Editrice La Mandragora. Imola 2011.

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