LA LEGGENDA DI GALLA PLACIDIA

La chiesa di Santa Maria Assunta in Laterano, per tutti Santa Maria in Schiavonia. Piazzetta Galla Placidia. Foto Forlipedia.

Forlì ha una piazzetta che porta il nome di Galla Placidia. E’ uno spazio pubblico, all’interno del centro storico, antistante la chiesa di Santa Maria Assunta in Laterano, per tutti Santa Maria in Schiavonia. Non è un caso se si trova in quel luogo.

Galla Placidia è la famosa figlia dell’imperatore Teodosio I e sorella di Onorio. Dopo il sacco di Roma del 410 e la morte di Alarico, fu deportata in Spagna da Ataulfo assieme a numerosi altri prigionieri italiani. Sposò poi lo stesso Ataulfo e, in seguito, resse l’impero d’occidente per il figlio Valentiniano (423). Morì nel 450. Come vuole la tradizione, fu prima sepolta a Roma per poi essere trasferita a Ravenna nel celebre mausoleo che porta il suo nome. Come ad ogni  personaggio epico, attorno a Placidia gravitano una miriade di storie e leggende che spesso si intrecciano tra loro lasciando grande spazio alle interpretazioni. Dalle nostre parti era molto conosciuta, lo dimostrano i numerosi racconti che ancora oggi la dipingono con toni vivaci. Ma sono tutte leggende?

La storia più conosciuta propone un’interpretazione all’origine del nome Pievequinta. Secondo la tradizione più diffusa – racconta Ettore Casadei nel 1928 – il nome deriverebbe dall’essere stata costruita insieme ad altre sei Pievi da Galla Placidia, occupando questa il quinto posto in ordine di fondazione… Le ultime due sarebbero Pieve Sestina e Campiano nel territorio ravennate. Leggenda, appunto. Del toponimo Pievequinta (nato da una semplice numerazione stradale) parliamo in altre pagine di questa enciclopedia che consigliamo di esplorare, mentre di Pieve Sistina vogliamo riportare ciò che spiega Antonio Polloni sul volume Toponomastica Romagnola: Pieve Sestina (Piaztèna)  – dal latino medievale plebe-cistina o in Cistino. Da cista: cesta, cassa, conca (abbassamento). Quindi dalla condizione morfologica di un’area.

La leggenda più pittoresca racconta come l’imperatrice “regalò” , involontariamente, ma per sempre, il nome a Bertinoro. Bevve un bicchiere di Albana ed estasiata dal gusto del dolce nettare esclamò: Vino sei così buono che sei degno di berti in oro. E Bertinoro fu. La vera origine del toponimo, come spesso accade, è controversa. Ma Brittinorum potrebbe meglio derivare da Brittinius: della Bretagna. Un luogo quindi votato alle soste dei pellegrini d’oltralpe. O ancora dal francese antico bretesche che, sempre in base al Pollori, vuol significare: torre per saettare dall’alto. 

Quella più folcloristica ce la racconta Guido Laghi sul volume Pievequinta nella Storia. Tra l’altro – spiega – il toponimo Gambellara (area ravennate nda) risalirebbe ad una caduta, a gambe all’aria, dell’imperatrice, o da cavallo, o da un carro… E immaginiamo la grande Galla Placidia col sedere a terra e le vesti svolazzanti mentre tutti i presenti cercano di non ridere ma non possono fare a meno di ammirare quelle gambe leggendarie.

Fibbia ostrogota in argento dorato rinvenuta in territorio forlivese. Forlì, Museo Archeologico “A. Santarelli”. Immagine tratta da un pieghevole divulgativo pubblicato dal Comune di Forlì.
Fibbia ostrogota in argento dorato rinvenuta in territorio forlivese. Forlì, Museo Archeologico “A. Santarelli”. Immagine tratta da un pieghevole divulgativo pubblicato dal Comune di Forlì.

La leggenda più importante racconta l’evento che molti secoli più tardi avrebbe suggerito il toponimo della nostra piazzetta: il matrimonio tra Galla Placida e Ataulfo. Cerimonia che si vuole celebrata proprio a Forlì. A Schiavonia. Leggenda o realtà?
I pareri a favore e quelli contro:
Sigismondo Marchesi, cronista forlivese  del XVII secolo, ci crede. Così racconta: Questa è, che l’anno istesso, che morì Alarico, prese la Signoria Ataulfo […] Portossi a Roma, e quel poco, ch’eraui auanzato del sacco del suo antecessore Alarico, esso senza remissione depredò. Mà nella preda trà le cose più pretiose fù la persona della tanto famosa Galla Placidia figlia di Teodosio, e sorella d’Honorio, & Arcadio Imperatori, la quale il barbaro Re non hebbe ardire d’offendere; anzi considerata la di lei somma integrità, bellezza, e nobiltà della stirpe, preso dell’amore di essa pensò di farsela Sposa. Venne per tanto di Roma in Romagna, e giunto nella Città di Forlì, quivi con quella pompa, che si conueniua à que’ due gran Personaggi, furono celebrate le nozze, lasciando à perpetua memoria l’honore à questa Patria di potersi vantare d’esser stata degno Teatro d’vn’attione sì segnalata, e base dello stabilimento della quiete d’Italia…
Vincenzo Carrari (1539 – 1596), erudito ravennate autore tra l’altro di Istoria di Romagna, parla di matrimonio in terra romagnola, ma scrive: creato re de Goti Ataulfo; che venuto in queste parti, sposò solennemente nel Foro di Cornelio la Placidia. Il Foro di Cornelio è Imola, non Forlì.
Giordane,  storico goto del VI secolo, pasticcia. Per lui Ataulfo e Placidia si sposano nel 411 in Foro Iuli Aemiliae civitate, cioè “in Friuli” città dell’Emilia. La somiglianza tra Forum Iuli e Forum Livi sarà causa di altri disguidi storici nei secoli successivi. In questo caso a far pendere la bilancia verso Forlì c’è però questo Aemiliae civitate che pare non destare dubbi.

Ma se non troviamo la certezza di quel matrimonio leggendario, vogliamo almeno raccontare l’occasione che, in quel lontano V secolo, potrebbe aver dato origine al rapporto “confidenziale” tra Galla Placidia e i forlivesi. Anche questa volta a creare la magia è un intreccio di storia e leggenda, una trama con qualche fisiologica imprecisione, che però racconta concomitanze fondamentali.
La storia la sappiamo: Alarico, in Romagna, prima del saccheggio di Roma distrusse e fece molti prigionieri, prigionieri che poi Ataulfo porterà in Spagna. Tra essi, come dicevamo in apertura, c’era anche Placidia che in seguito sposerà proprio Ataulfo.
La leggenda: Alarico distrusse anche parte della città di Forlì bruciando abitazioni e prendendo come schiavi circa 2mila forlivesi. Leone Cobelli (cronista e pittore forlivese dei XV secolo) racconta: desferono e saccomanoro la Liuia, e brusoro et presero molti homini et donni e mamoletti. Qualche tempo dopo, mosso da amore e carità, San Mercuriale raggiunse in Spagna quel re chiamato re astragotto sofferente per un gravissimo male e si presentò a lui come medico proponendo di guarirlo. Mercuriale pregò Dio perché il re fosse liberato dalla sua infermità per la redenzione del popolo forlivese, poi appoggiò le mani sul corpo del barbaro che subito fu sanato. Domanda quello che tu vuoi da mi disse il sovrano e Allora sancto Mercoriale domandò li soi pecorelli, ciò è li soi forliuesi. Il re concesse la libertà ai 2mila schiavi che, guidatii dal grande Pastore, fecero ritorno a Forlì. Mercuriale li sistemò in quella parte della città distrutta da Alarico che da loro prese il nome di Schiavonia.
Antonio Calandrini e Gian Michele Fusconi, maestri di storia sacra, sul volume Forlì e i suoi Vescovi scrivono: Appare quindi possibile che s. Mercuriale, proprio da Galla Placidia, abbia ottenuto precise notizie sui deportati forlivesi e che, fidando nell’appoggio della pia reggente, si sia recato in Spagna per riscattarli. Qui però occorre fermarsi  – sottolineano categoricamente i due storici -. La possibilità di un fatto non può portare a concluderne la realtà.

Ma a questo punto è difficile non ipotizzare un rapporto di privilegio tra l’imperatrice, la nostra terra e i nostri concittadini. Perché, dunque, negarsi il piacere di cedere al fascino di una bella leggenda come quella di Galla Placidia, figlia dell’imperatore Teodosio I e sorella di Onorio, che sposa l’imperatore Ataulfo figlio di Alarico, a Schiavonia?

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