IL FARABOTTOLO

La tabella stradale all’ingresso di via Farabottolo, da corso Garibaldi.

Il Farabottolo è uno toponimo che appartiene alla storia di Schiavonia. Da sempre stimola la curiosità del forlivese, e la ricerca del suo significato ha generato interessanti, e spesso “singolari”, interpretazioni. Ne esaminiamo alcune: dalle più divertenti e azzardate a quelle decisamente più appoggiate alla realtà.

Nome di origine oscura confessano i registri toponomastici del Comune di Forlì. Mancano indicazioni storiche conferma l’ “Elenco Generale delle Strade e Piazze” del 1899. Il Casadei (1928) non ne fa menzione. Il Calzini (1893) non ne parla. Né il Casali (1838), né Il Bonoli (XVII) e neppure il Marchesi (XVII). Nessun atto del “Libro Biscia” di San Mercuriale (IX – XIV) lo cita. Lo troviamo però nel Catasto Gregoriano della prima metà dell’800 e sulla mappa del Regno d’Italia del 1873.

Farabot: farabutto, imbroglione, ingannatore; anzi Farabutlon: peggiorativo di farabot, imbroglione matricolato. L’Ercolani, nel “Nuovo Vocabolario Romagnolo – Italiano”, ci spiana la strada per quella che i forlivesi conoscono come una testimonianza popolare. Pittoresca. Il nostro sconosciuto personaggio doveva essere il protagonista di una storia coi fiocchi se fu in grado di calamitare l’attenzione della gente al punto di diventare “immortale”, anche se solo in toponomastica, con un appellativo negativo.

La piazzetta Andrea Bernardi, un tempo Del Farabottolo. Foto Forlipedia 2018.

Farcimen e Botulus, in latino significano salsiccia, e botularius è il salsicciaio. A pensarci bene, in un quartiere sempre piuttosto povero di una città mai troppo ricca come Forlì, il luogo dove si farcivano i botuli(!) poteva emergere come riferimento toponomastico di facile memoria.

La “Piazzetta del Farabottolo” nella Mappa del Regno d’Italia, Forlì, 1873. In azzurro è stato evidenziato il Chiavicone di Schiavonia. Particolare. Raccolta privata.

Bottino, invece, significa pozzo nero. In latino medievale – puntualizza lo Zanichelli – butinum, è piccola fossa, ricettacolo d’acqua (Ravenna 970), mentre buttinum significa canale (Orvieto 1300). E cominciamo a drizzare le antenne perché bota in dialetto romagnolo ha il significato di botola, serranda, chiusino, caditoia. Diamo un’occhiata critica alla mappa ottocentesca di Forlì. La vecchia piazzetta Del Farabottolo (luogo originario del toponimo, oggi piazzetta Andrea Bernardi), s’incunea nell’attuale via Farabottolo come fosse un imbuto. Sembra un punto di convogliamento delle acque di scolo verso il Chiavicone di Schiavonia: uno scolo di notevole portata che, da quel punto, conduce al poco distante fossato esterno le mura e quindi al fiume. E’ quella piazzetta il botolo? Il “ricettacolo” d’acqua? Oppure è lo stesso scolo, realizzato appositamente per risolvere l’antico problema del ristagno? E il vicino fiume Montone può avere qualche responsabilità?

Ci avviciniamo sempre più alla soluzione che ci appare più coerente e supportata. Frutto di una lunga ricerca. Ha un’origine dialettale e una storia di vita quotidiana: quella vita da cui i toponimi scaturivano spontaneamente prima che la politica avesse il sopravvento. Dopo l’attento studio delle mappe, è il “Dizionario Romagnolo ragionato” di Gianni Quondamatteo ad ispirarci alla voce: Bota: Botla. Quando lungo il porto-canale di Rimini, in tempi di fiumana, l’acqua alzandosi oltre misura minacciava di invadere le modeste abitazioni dei pescatori che sorgevano sulle due rive, fe la bota significava applicare, in due scanalature verticali site agli stipiti, una robusta tavola – a mo’ di chiusura improvvisata e di fortuna (una piccola diga alla base della porta nda) che veniva fermata e stagnata con un po’ di gesso. E ancora: Nel borgo San Giovanni, fe la botla: contro le inondazioni dell’Ausa, a salvaguardia delle botteghe e degli scantinati. “Fer e botol” (fare il botolo: farabottolo ) si usava a Schiavonia per difendere le case dalle inondazioni del fiume Montone come nel borgo San Giovanni usava fe la botla? La morfologia del territorio ci sostiene.

Il Farabottolo era quindi una sorta di diga o paratia che serviva a gestire le acque: sull’uscio delle case o nel Chiavicone di Schiavonia. Che l’acqua fosse quella dell’esuberante Montone intenzionata ad entrare nelle cantine, o quella piovana che si rovesciava in quello spiazzo in discesa per incanalarsi nel grande fosso di scolo, è un aspetto secondario.

Marino Mambelli

Via Farabottolo a Forlì. Foto Forlipedia 2018.

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