PIEVE ACQUEDOTTO

quartiere Pieve Acquedotto

Le pievi, importanti chiese parrocchiali, avevano alle loro dipendenze altre parrocchie rurali. Trassero il nome dal latino plebs: plebe, popolo, un significato che in seguito assunse il valore più specifico di gruppo di fedeli e, soprattutto in Romagna, di territorio ecclesiastico con precisi confini.
A partire dal VI, VII secolo, oltre ad essere un importante luogo di culto, la pieve fu centro amministrativo e fiscale, nonché avamposto per il controllo dei territori e delle proprietà della Chiesa. In essa si stipulavano i contratti e si riscuotevano le decime previste per l’assegnazione dei fondi ai coltivatori, alle famiglie e alle grandi casate. Il rettore era l’arciprete, la pievania la sua giurisdizione.
Le pievi del nostro territorio furono per molto tempo assoggettate alla Chiesa Ravennate.

Il toponimo Pieve Acquedotto, in molte occasioni solo Acquedotto – come indica il Casadei nella guida del 1928 – trae origine dalla Pieve di Santa Maria in Acquedotto.
Pi dla Bdoza o Gdoza scrive in dialetto il Rosetti nel 1894: il significato è di Pieve della doccia, ovvero Pieve del condotto, del canale che porta acqua. Il latino ductio significa infatti conduttura, canalizzazione. Il Polloni, sul volume Toponomastica Romagnola, indica la stessa origine per Dozza Imolese.
Si parla della Pieve dell’Acquedotto, sin dall’anno 990 – racconta ancora Rosetti – e prese il nome sia dal fiume Ronco, chiamato allora Acquedotto, o piuttosto dall’acquedotto di Trajano e Teodorico, che da Meldola conduceva acqua potabile a Ravenna, passando vicino ad essa.
Facciamo un po’ di ordine. L’antico acquedotto portava l’acqua a Ravenna e il suo tracciato corrispondeva, in parte, con quello del fiume Ronco; per questo il corso d’acqua fu chiamato anche Flumen Acqueductus. L’acquedotto correva sul retro della nostra pieve, ed è molto probabile che per la costruzione, o la ricostruzione dell’edificio sacro – ritenuto uno dei più antichi della Romagna – furono utilizzati proprio materiali di risulta dell’antico manufatto in disuso. Nel medioevo la pratica del riutilizzo dei materiali delle grandi opere pubbliche in abbandono era abituale.

In un atto del Libro Biscia di San Mercuriale datato 1116 leggiamo sancte Marie in Aqueducto, e sulla Descriptio Romandiole, realizzata dal cardinale Anglic nel 1317, troviamo Plebis Acqueductus: il nostro quartiere, Pieve Acquedotto.

Per saperne di più:
– Chiara MazzaFuori dalle Mura. Editore S.P.I. – C.G.I.L. Forlì. Con il Patrocinio del Comune di Forlì. 2003.
– Luciana Prati (a cura di). Flumen Aquaeductus. Nuova Alfa Editoriale. 1988.

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