L’Oratorio di San Sebastiano è un antico edificio religioso, oggi sconsacrato, di proprietà del Comune di Forlì. I suoi prestigiosi locali vengono utilizzati come sede espositiva culturale. Si trova nel quartiere Schiavonia – San Biagio

L’immobile fu costruito tra il 1496 e il 1502 sul sito del precedente oratorio di Santa Maria delle Grazie con annesso spedale della confraternita dei Battuti bianchi. Il progetto è del forlivese Pace di Maso del Bambase (Pace Bombace) architetto, disegnatore e ricamatore che morì nel 1500, cioè due anni prima della conclusione. A testimoniare la fine dei lavori è un’iscrizione posta nella volta absidale che reca la seguente frase: Io Ieronimo de Ginoco fece fare adi primo d’aprilo 1502.


Di grande significato storico e architettonico è quanto scrisse Andrea Bernardi, l’importante cronista forlivese meglio cononosciuto come il Novacula (1450 – 1522), in merito a Pace: artista appartenente alla brigada del Melozzo. Ed ecco spiegato il motivo per cui il San Sebastiano, come sottolinea Maria Cristina Gori, è forse l’edificio forlivese che meglio esprime la cultura di matrice melozzesca.

L’immobile ha un corpo principale a croce greca e un atrio sormontato da una cupola in mattoni faccia a vista. Gli ornamenti interni, anch’essi in cotto, sono attribuiti all’architetto e decorartore ravennate Bernardino Guiritti. Sono presenti alcune tracce di affresci paretali e sono percettibili elementi gotici preesistenti. La sua iscrizione negli elenchi degli edifici di Importante interesse, in base alla legge 364 del 1909, è del 1910 o 1918 (data non perfettamente comprensibile sul documento ufficiale). L’oratorio è quindi catalogato dalla Soprintendenza come bene di interesse storico artistico.
La chiesetta divenne di proprietà della Compagnia degli Ortolani e successivamente entrò a far parte del patrimonio dei conti Dall’Aste Brandolini. In seguito appartenne a Umberto Cagli e Giuglia Cagli. Infine, per eredità, la proprietà fu trasferita a Giordano Bruno Righini. Giordano Bruno, forlivese classe 1889 abitante in corso Garibaldi, fu l’ultimo proprietrio prima del trasferimento al patrimonio demaniale del Comune di Forlì.


Da documenti d’archivio risulta che l’oratorio era di grande interesse per la comunità tanto da essere definito: immobile da espropriare. Non sappiamo come si svolsero i fatti, ma sappiamo che l’acquisizione forzosa non fu mai avviata. Con atto notaio Anselmo Faticanti del 5 luglio 1968, infatti, Righini donò alla città l’ex oratorio. In quel momento l’edificio era diviso in due unità immobiliari: un garage e un magazzino. Il magazzino era quello che oggi ritroviamo come sala mostre, mentre l’utorimessa, che sitrovava addossata all’oratorio su via San Domenico, verrà successivamente demolita trattandosi, con molta probabilità, di una superfettazione, cioè di un corpo incogruo aggiunto in epoca successiva.
Righini donò quindi l’antica chesetta. A firmare l’atto per il Comune di Forlì fu Emanuele Loperfido, materano classe 1915, viceprefetto e commissario straordinario del Comune di Forlì insediato in Municipio. In quel momento il Comune non aveva un sindaco poichè le elezioni non avevano prodotto una maggioranza praticabile.
Nell’atto di donazione del 1968 c’era però una condizione, e cioè che il Comune di Forlì sarebbe entrato in possesso del bene solo dopo la morte del donante. In pratica fu definito un usufrutto che dava modo al Righini di utilizzare l’immobile per tutta la vita. Il Comune era però autorizzato a compiere i lavori di restauro all’esterno senza però pregiudicare il godimento al donante. Inoltre il Comune assunse l’impegno di collocare sulla facciata dell’ex oratorio una lapide a ricordo della donazione.
Il 20 febbraio 1971, l’ufficio Patrimonio segnalò alla Procura una situazione molto delicata. Nella lettera era scritto: durante i lavori di ripulitura dell’Oratorio di San Sebastiano, sito in piazza Guido da Montefeltro, sono stati trovati resti umani nella abside della chiesa stessa. Per la ricognizione rivolgersi all’Ufficio Parimoniale di questo Comune. Allo stato attuale non sono state trovate ulteriori notizie dell’accaduto.


Nel 1978 furono avviati i lavori di restauro. Il 12 dicembre 1979 l’ingegnere capo del Comune aggiunse un appunto significativo alla pratica patrimoniale, e cioè: i lavori sono eseguiti a cura e spese della Soprintendenza e diretti dallo stesso soprintendente. Questo ufficio ha comunque preso atto dei lavori che investono il consolidamento strutturale. I soldi e la direzine dei lavori arrivarono quindi da Ravenna e precisamente da quella che allora si chiamava Soprintendenza per i beni Ambientali e Architettonici. Oggi si chiama Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per le province di Ravenna, Forlì-Cesena e Rimini. Il restauro fu completato nel 1982. Da quella data l’oratorio di San Sebastiano fu messo a disposizione del direttore degli Istituti culturali per una gestione dedicata alle mostre temporanne che tutt’oggi continuano.

Bibliografia:
La parte moderna della ricerca è stata effettuata su documenti d’archivio. Si ringrazia il Comune di Forlì, l’Ufficio Patrimonio, Fabio Camporesi.
Catalogo generale dei Beni Culturali.
Marina Foschi, Luciana Prati (a cura di). Melozzo da Forlì. La su città e il suo tempo. Leonardo Arte, 1994.
Giuliano Missirini. Guida raccontata di Forlì. Libreria L. Cappelli Forlì.
Gianfranco Argnani, Mauro Mariani, Gabriele Zelli (a cura di). Le cento chiese di Forlì. Edit Sapim, Tipolitografia Valbonesi per Associazione Amici della Pieve, 2022.
Umberto Pasqui. Gli ortolani di San Sebastiano. Il foro di Livio 2019.
