ANTICO ACQUEDOTTO

La ricostruzione del tracciato dell’antico acquedotto di Taraiano. Immagine tratta da: “Considerazioni geologiche sulla captazione e sul tracciato dell’acquedotto romano di Ravenna”. Antonio Veggiani. In “Studi Romagnoli XXXI”. La Fotocromo emiliana. Bologna 1980.

Era alimentato dalle acque captate sulle colline di Meldola e attraversava il territorio forlivese col compito di risolvere i grandi problemi idrici dell’assetata Ravenna, l’antica e affollata città portuale da sempre afflitta dall’assenza di acqua sana. Sidonio Apollinare, alto funzionario di Roma, nel V secolo scr

isse in merito una frase tanto arguta quanto eloquente: (a Ravenna) i vivi patiscono la sete e i sepolti nuotano nell’acqua. E così Marziale: Di recente un astuto oste me l’ha fatta a Ravenna: io gli avevo chiesto vino annaffiato, me lo ha dato schietto.

Costruito da Traiano (53 – 117), ripristinato da Teodorico (454 – 526) e in seguito ristrutturato dall’esarca Smaragdo (VI), il grande condotto fu realizzato su pilastri in mattoni e con archi a tutto sesto secondo il disegno classico. Nella zona a monte l’incanalamento avveniva tramite cunicoli di cui si hanno interessanti testimonianze.

Il suo probabile tracciato toccava Meldola, Farazzano, Ronco, Pieve Acquedotto, Durazzano, per poi entrare in territorio ravennate presso Coccolia. Alla fine dell’800 erano visibili alcuni dubbi ruderi nel letto in magra del fiume Ronco presso Bagnolo, e altri a Coccolia. A Longana (RA) l’affioramento dei piloni nell’alveo del fiume Ronco è documentato fotograficamente.
L’importanza del grande manufatto è chiaramente sottolineata da Teodorico che, tramite una lettera destinata ai proprietari dei terreni su cui correva il tracciato, ribadiva la necessità di tenere pulito l’acquedotto che conduceva acqua buona a Ravenna. Nella comunicazione ufficiale ordinava di sradicare ogni pianta che potesse crescere attorno, o sulle colonne, dell’opera pubblica per evitare che l’acqua potesse sporcarsi.

Alcuni piloni dell’antico acquedotto affiorano nell’alveo del fiume Ronco in prossimità di Longana (RA). Immagine tratta da: “Considerazioni geologiche sulla captazione e sul tracciato dell’acquedotto romano di Ravenna”. Antonio Veggiani. In “Studi Romagnoli XXXI”. La Fotocromo emiliana. Bologna 1980.

Nell’area di Forlì le tracce più importanti di quell’antico condotto sono toponimi. Pieve Acquedotto, naturalmente, ma anche quel Flumen Aquaeductus che troviamo citato in documenti e atti medievali. Il Flumen Aquaeductus è il fiume Ronco che, per volere dell’uomo – forse anche “aiutato” dall’impeto della natura – a valle della via Emilia assunse, confluendovi, il tracciato artificiale e rettilineo dell’antico acquedotto.
Il fatto che dalla fine del XII secolo non si menzioni più l’acquedotto se non come titolo di pieve o denominazione del Bidente / Ronco – scrive Luciana Prati sul volume Flumen Acquaeductus – parrebbe connettersi all’ipotesi di Antonio Veggiani, che l’incanalamento del Ronco sul tracciato dell’acquedotto ormai in rovina sia avvenuto nel periodo di dissesto geologico di questo e del secolo seguente (1150 – 1250 / 1200 – 1300).

La disgrazia dell’acquedotto significò una piccola fortuna per i forlivesi che sicuramente utilizzarono, come di prassi nelle opere pubbliche in rovina, i materiali di risulta per le proprie necessità costruttive.
La presenza dell’acquedotto di Traiano e Teodorico nell’area forlivese è oggi ricordata da una via: la via Antico Acquedotto, proprio nel quartiere Pieve Acquedotto.

Per saperne di più:
– Antonio Veggiani. Considerazioni geologiche sulla captazione e sul tracciato dell’acquedotto romano di Ravenna. In Studi romagnoli XXXI. La Fotocromo emiliana. Bologna. 1980.
– Luciana Prati (a cura di). Flumen Acquaeductus. Catalogo della mostra tenuta a Forlì nel 1988. Comune di Forlì, Soprintendenza Archeologica dell’Emilia Romagna; Istituto per i beni culturali della Regione Emilia Romagna; Consorzio Acque per le Province di Forlì e Ravenna. Nuova Alfa Editoriale. 1988.

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