GUGLIELMO DOTHEL

di Paola Bezzi

12 ottobre 1943, Passau- Norimberga. Siamo in Germania e ora ci hanno disarmato; la mia pistola la faccio consegnare dall’attendente… Ed ora si è aggiunto anche il freddo; specialmente la notte è un tormento. La paglia si è ridotta al nulla e si dorme sul tavolato del carro. Un capitano è colto da una colica renale; gli faccio una morfina; avrebbe bisogno di qualcosa di caldo, ma come fare?… Ora non c’è nulla da fare, se non aspettare che finisca questo maledetto viaggio.
13 ottobre- Norimberga-Colonia. Siamo sul Reno. Andremo in Olanda? Ci portino dove vogliono purché finisca questo inferno; non ne possiamo più, stanco di correre lungo tutta la tradotta che ora si è allungata perché nel bel mezzo vi hanno aggiunto molti vagoni merci (si capisce) di carabinieri. Così la distribuzione del pane (si fa per dire) e di quel pezzetto di formaggio diventa un’impresa ancora più difficile. I malati si lamentano, invocano il mio aiuto… Un malato oggi è sceso a terra per soddisfare i propri bisogni poco lontano dietro un cespuglio; arriva in velocità un soldato che punzecchiandolo con la baionetta lo fa alzare a … metà e, gridando come un’oca, dice: <Hier ist Deutschland nichts Italien!>. Deve andare cento metri più in là col rischio di perdere la tradotta.

Questa la testimonianza del dottor Guglielmo Dothel, ricordato in Lussemburgo dalla professoressa Maria Luisa Cadognetto, docente universitaria in Renania e animatrice del Centre de Documentation sur les Migrations humaines (CDMH) di Dudelnge, e onorato a Forlì da Gabriele Zelli, l’Omero del Cittadone.

Nato ad Ascoli Piceno il 20 novembre 1908, Dothel crebbe in Romagna, tra Imola, Lugo e Forlì, dove si diplomò in violino al Liceo musicale e conseguì la licenza liceale al “G.B. Morgagni”. E del Morgagni fu epigono, laureandosi in Medicina e Chirurgia a Bologna l’11 luglio 1934, con il massimo dei voti. Nello stesso 1934 si abilitò all’esercizio professionale a Parma, diventò allievo ufficiale medico alla Scuola di Sanità di Firenze e ufficiale di Prima Nomina nel luglio 1935. Fu medico a Sogliano sul Rubicone, aiuto chirurgo all’ospedale di Dovadola, medico condotto a Sarsina, Sorbano e Rontagnano. Il 31 maggio 1940 venne richiamato alle armi col grado di tenente medico, fu inviato in Albania, sul fronte greco, dove in seguito alla ritirata riuscì a salvare l’ospedale da campo meritando la Croce di Guerra al Valor Militare.

A Tirana, capitale dell’Albania, prestò servizio come Capitano medico presso il reparto di medicina dell’ospedale. Il 2 ottobre 1943 organizzò via terra l’accompagnamento in patria dei militari ammalati, ma il viaggio si trasformò in una deportazione forzata verso Dortmund e Hagen, in qualità di medico del campo prigionieri della città. E fu durante quella dolorosa odissea che scrisse le pagine sopra riportate, fornite dalla famiglia per superare quella dismemoria, che ancora oggi non è stata del tutto curata.

14 ottobre 1943. (…) usciamo, ormai ci si vede poco o nulla, comunque vediamo rivolgersi a noi un maggiore tedesco che sappiamo poi essere il comandante dello Stammlager e un borghese. Appena radunati quest’ultimo prende la parola, dandosi a conoscere per fascista che si interessa degli Italiani internati. Ha l’aria allampanata e la figura del disperato, l’accento veneto più vicino al tedesco che all’italiano. Dopo altro preambolo ci dice che è venuto per sapere “chi di noi è disposto a continuare a combattere a fianco della Germania” e che “quelli che aderiranno sul momento saranno portati in altra baracca e quindi inviati in Italia; i malati, in attesa di riprendere le armi, saranno inviati e curati in ospedali appositamente attrezzati”. Sottolineando l’inopportunità di tale interpellanza dopo giorni e giorni di fatica e dolore conchiusisi con questa terribile giornata, ci rifiutiamo di rispondere e rimandiamo la risposta a domattina. Ci stendiamo su letti di tavola, spengiamo il moccolo di candela tremante. Silenzio. Poi alcuni, rompendo il silenzio, rovesciano sarcasmi, ingiurie e maledizioni all’indirizzo degli interpellanti; altri, quelli che domani cadranno, (…) belano i loro dubbi e le loro incertezze; altri hanno già deciso e domani baratteranno dignità e prigionia con un vile fratricidio promesso. Chiudo gli occhi e cerco di dormire, ma la stanchezza e lo sgomento sono più forti; non è solo di me che devo decidere, la mia vita non appartiene solo a me, né io solo ne sono il padrone. C’è Maria Clelia, c’è il nostro Sandro; la mia decisione quali conseguenze potrà avere per loro? (…) Se non dovessi più rivedere e lasciar soli chi è più caro della mia vita? Vale più l’onore di un uomo o la sua vita? Sono queste ultime domande che esprimono chiaramente lo spessore umano di Guglielmo Dothel, perché una scelta irrevocabile la fece, rimanendo vicino ai suoi uomini nella prigionia tedesca, ma sapendo trovare anche le parole per esprimere tutte le domande esistenziali che lo riportavano alla sua responsabilità di marito e padre. Infatti Dothel era sposato con Maria Clelia Umiltà dal 1938 e proprio nel 1943 gli era nato Alessandro (Sandro), che morì poi a soli 18 mesi mentre il padre era nel lager germanico.

15 ottobre 1943 – (…) Verso le dieci ricompare il borghese col maggiore tedesco. Ripetono le solite frasi stereotipate. Rivolgiamo loro varie domande: si dimostrano seccati e impazienti. Insomma: “quelli che intendono aderire escano da quella porta, gli altri dall’altra”. Quasi tutti escono con me, gli altri sono uno sparuto numero. Ma non è finita, mi si avvicina il borghese e mi dice: “I vostri soldati vorrebbero tutti aderire, aspettano solo di sapere le vostre decisioni”. <Dite ai miei soldati che io rimango e che loro facciano ciò che gli suggerisce l’onore e la coscienza>. Guglielmo Dothel cercò poi l’infermeria italiana e, all’interno di un lager vastissimo e sconosciuto, riuscì a fare conoscenza col medico Fracchiolla e ad occuparsi della sala visita e medicazione: il suo fiuto e la sua dedizione lo portarono a organizzarla. Al tenente Biancini assegnò il compito chirurgico, al tenente Arnaud quello medico e a sé stesso l’accettazione malati. Adunando i soldati, affidò a due per camerata (della baracca italiana) l’assistenza malati, i servizi di pulizia e il trasporto rancio. I malati avevano piedi e gambe spaventosamente gonfi, “edemi da fame” la diagnosi; dall’Albania e dalla Grecia giungevano in massa recidivi malarici e le doppie razioni per loro erano 10 ma da dividere per 200. Dothel non demorse e riuscì ad ottenere una coperta per ognuno di essi.

18 novembre 1943 – Continuano ad arrivare malati in condizioni pietose e disperate: particolarmente e con massima frequenza: massivi edemi degli arti inferiori, flemmoni, nefriti, stati di estrema cacchesia. Muoiono senza che possiamo far più nulla per loro.

19 novembre 1943 – É molto freddo; si dice che qui arriveremo ai 20-30 gradi sottozero. Non ho che una maglietta…

Solo nel gennaio 1944 riuscì ad avere notizie da casa:

6 gennaio 1944– Oggi ho ricevuto la prima cartolina di Maria Clelia! Sta bene e anche Sandro sta bene. Sono poche parole, ma mi hanno ridato la vita!

12 maggio 1944– Ricevuti due pacchi di Maria Clelia con molte ottime cose. Forse ora di fame non morirò più.

Solo il 15 aprile 1945 dopo settimane nelle quali all’uscita vedevano la solita sentinella, in lontananza scorsero un soldato, che avvicinandosi a loro li salutò sorridente con un buongiorno guagliò!. A quanto pare un militare americano di origine napoletana. Quel giorno stesso il nostro Guglielmo si presentò al Comando alleato, formato da Americani, Inglesi e Belgi, e venne incaricato di radunare tutti gli ex internati italiani e di sistemarli nelle villette residenziali requisite alla periferia di Hagen.

E volle proprio, insieme ad altri Colleghi, una villa nella periferia di Forlì per fondare una casa di cura dove continuare con dedizione la sua missione, dopo essere tornato il 13 agosto a Forlì e aver visto nascere il secondogenito, Pier Luigi, nel 1946. L’8 dicembre 1948, infatti, aprì la Casa di Cura Villa Serena, nella giornata dedicata a quella Madonna della quale aveva appeso sopra il letto del lager l’immagine e sotto il quale di notte soffiavano fischi di vento. Per la fondazione della casa di cura Villa Serena, fu decisivo il suggerimento della moglie di Guglielmo, Maria Clelia.
Il dottor Dothel si è spento il 22 ottobre 1999.

Si ringrazia sentitamente:
Salvatore Ricca Rosellini per il corredo fotografico, Gabriele Zelli per la memoria civica e Maria Luisa Caldognetto per aver inviato dal Lussemburgo il quaderno Schiavi di Hitler in Renania e Vestfalia, edito a cura della Gesamtschule Fritz Steinhoff di Hagen in occasione della mostra 1939 – 1945, settembre 2003.

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