Carlo Zauli e la chirurgia, ovvero quando l’arte faentina entrò nell’ospedale di Forlì. Due grandi pannelli in grès bianco raccontano il passaggio dalla chirurgia antica a quella moderna. Sono opere di Carlo Zauli, uno dei protagonisti della ceramica italiana del Novecento, realizzate nel 1966-1967 per l’ex ospedale Morgagni di Forlì. Oggi sono esposti sul ballatoio del nuovo ospedale Morgagni Pierantoni a Vecchiazzano.

L’opera, intitolata La storia della chirurgia, prese forma nella seconda metà degli anni Sessanta, quando il nuovo padiglione ortopedico dell’ospedale Morgagni (che allora aveva l’ingresso principale in piazzale Sante Solieri, l’attuale sede delle segreterie universitarie) si preparò ad accogliere alcune opere d’arte. Una delibera dell’ente Ospedale e Orfanotrofi di Forlì del 1966 stabilì i criteri di un concorso pubblico la cui commissione fu nominata nel gennaio 1967. Due furono le opere individuate. Una per l’esterno e una per l’interno del padiglione ortopedia. La prima fu affidata allo scultore Elio Morri che realizzò La prevenzione degli infortuni sul lavoro, e la seconda al noto ceramista faentino Carlo Zauli: parliamo appunto dei due pannelli in ceramica che raccontano la Storia della chirurgia.
L’incarico rappresentò per l’artista una delle sue prime opere di rilievo realizzate per Forlì. Il materiale scelto fu il grès bianco, uno dei materiali attraverso cui Zauli aveva sviluppato negli anni una personale ricerca artistica e tecnica.
Nato a Faenza nel 1926, Zauli si era formato accanto ad artisti come Anselmo Bucci e Domenico Rambelli, per poi lavorare con Angelo Biancini. A partire dagli anni Cinquanta la sua ricerca si concentrò sempre più sulla ceramica e sulle possibilità espressive dei materiali. La sperimentazione sul grès lo portò, tra il 1956 e il 1957, alla realizzazione dei celebri smalti bianchi ottenuti ad altissime temperature, destinati a diventare una delle caratteristiche riconoscibili della sua produzione.

È proprio il bianco a dominare i pannelli del Morgagni Pierantoni. I due pezzi vanno letti come un viaggio attraverso la storia della medicina. Nel primo prevale la dimensione della chirurgia antica, rappresentata da una composizione nella quale l’essere umano appare esposto alla malattia e all’incertezza senza il controllo del dolore e del male. Nel secondo pannello il registro cambia. La chirurgia moderna diventa una forza capace di contrastare la malattia. La presenza della spada introduce un’immagine di difesa e di vittoria: l’uomo non è più soltanto spettatore del proprio destino, ma sembra finalmente poter intervenire su di esso. E gli uomini rappresentati finalmente esultano.
L’arte di Zauli si confronta direttamente con la funzione del luogo raccontando la sofferenza, la ricerca di una cura e, infine, la fiducia nella capacità dell’uomo di combattere la malattia.
A distanza di decenni, La storia della chirurgia conserva una doppia testimonianza: quella della trasformazione della medicina e quella della ricerca artistica di Zauli. Un’opera nata per un padiglione ospedaliero diventa anche un documento della cultura di un’epoca, quando negli spazi pubblici e nei luoghi della vita quotidiana, l’arte era chiamata a dialogare con la funzione degli edifici e la comunità che li frequentava. In questo caso poi, il trasferimento della composizione dal vecchio al nuovo ospedale, da vita a una continuità intelletuale di grande rilievo.
